È una fredda mattina di novembre del 1970 quando un padre e le sue due figlie, che stanno camminando lungo i sentieri impervi e nebbiosi della valle di Isdal, in Norvegia — un luogo lugubre che i locali chiamano storicamente la “Valle della Morte” —, fanno una scoperta agghiacciante. Nascosto tra le rocce c’è il corpo carbonizzato di una donna.

Accanto al cadavere non ci sono documenti, né borse, né effetti personali che possano rivelarne l’identità. Solo oggetti bizzarri e calcolati: una decina di sonniferi sparsi, bottiglie di plastica vuote, un orologio da polso fracassato e gli ombrelli conficcati nel terreno in modo inspiegabile. Quando la polizia avvia le indagini, si accorge che qualcuno ha meticolosamente grattato via le etichette da ogni singolo capo d’indumento indossato dalla vittima.

L’autopsia rivelerà una verità ancora più inquietante: la donna è morta a causa di una massiccia ingestione di barbiturici e di un avvelenamento da monossido di carbonio, ma nei suoi polmoni c’è particolato di fumo che indica come fosse ancora viva mentre veniva data alle fiamme.

Le ricerche negli alberghi della zona aprono un vaso di Pandora. La donna aveva soggiornato in decine di hotel diversi spostandosi continuamente e registrandosi sempre con nomi falsi e passaporti rubati. Aveva cambiato parrucche, parlato diverse lingue, frequentato ufficiali militari e lasciato tracce frammentarie di una doppia vita degna di una spia della Guerra Fredda. Eppure, nonostante l’enorme eco mediatica e i ritratti diffusi in tutta Europa, nessuno si è mai fatto avanti per reclamarla.

Chi era davvero la donna di Isdal? Una spia internazionale finita in un gioco più grande di lei, o una fuggitiva braccata da un passato che l’ha raggiunta nel buio dei boschi norvegesi? A cinquant’anni di distanza, il fascicolo resta aperto, testimone di un segreto che la terra norvegiota ha inghiottito per sempre.

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