
L’orologio della stazione ferroviaria di Somerton, ad Adelaide, segnava le 23:30 di una calda notte australiana del dicembre 1948 quando un uomo elegante, vestito con un abito di foggia europea e apparentemente privo di documenti, si accasciò sulla sabbia della spiaggia. Quella sagoma immobile, scoperta all’alba del giorno successivo da alcuni passanti, diede inizio a uno dei casi di cronaca nera e spionaggio più impenetrabili del ventesimo secolo: il mistero dell’uomo di Somerton, noto anche come il caso Tamam Shud.
All’arrivo della polizia e del medico legale, il corpo appariva in una posizione quasi rilassata, con una mano ripiegata e una mezza sigaretta ancora intatta appoggiata sull’orlo del colletto, non consumata dal fuoco. Nonostante la meticolosa ispezione della scena, gli inquirenti non trovarono nulla che potesse rivelare l’identità del defunto: né portafogli, né denaro contante, né chiavi, né tessere nominative. Le etichette dei vestiti erano state accuratamente rimosse da ogni singolo capo, un dettaglio che sin dai primi istanti suggerì una premeditazione meticolosa e un profilo ben diverso dal comune vagabondo.
L’autopsia, condotta dal professor John Dwyer, rivelò elementi ancora più sconcertanti. La causa ufficiale della morte non fu mai stabilita con certezza assoluta, sebbene i sintomi e i reperti clinici indicassero un avvelenamento acuto di natura sconosciuta. Curiosamente, la rigidità cadaverica appariva anomala rispetto ai normali parametri temporali e le condizioni generali del corpo mostravano segni di un’eccellente forma fisica, impreziosita da muscoli dei polpacci insolitamente sviluppati per un uomo che si presumeva dedito a una vita sedentaria — una caratteristica che in seguito alimentò le ipotesi sul suo passato di corridore o di ballerino di lunghe distanze.
Il vero enigma, tuttavia, emerse mesi dopo, durante un’accurata perquisizione della fodera interna della tasca nascosta dei pantaloni della vittima. Gli investigatori rinvennero un piccolo pezzo di carta arrotolato, strappato con precisione da un’edizione rara del poema Rubaiyat di Omar Khayyam. Su quel frammento comparivano unicamente due parole in lingua persiana: Tamam Shud, traducibile come “è finito” o “compiuto”.
Le ricerche della polizia portarono a rintracciare la copia esatta del libro da cui il pezzetto di carta era stato strappato, consegnata anonimamente da un cittadino che l’aveva trovata sul sedile posteriore della propria vettura parcheggiata nei pressi della spiaggia. All’interno della copertina posteriore del volume, gli esperti della scientifica individuarono una serie di codici cifrati scritti a matita, suddivisi in righe apparentemente prive di senso logico, e un numero di telefono appartenente a una giovane infermiera locale residente a Glenelg, nota alle cronache con lo pseudonimo di “Jestyn”.
Interrogata dagli investigatori, la donna mostrò un turbamento profondo alla vista della fotografia della vittima, negando tuttavia di conoscerne l’identità reale, sebbene ammise di aver regalato una copia dello stesso libro a un ufficiale dell’esercito di nome Boxall durante la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, l’ufficiale fu rintracciato e risultò essere ancora in vita, escludendo ogni legame con il cadavere. Il codice segreto vergato sul libro venne sottoposto ai migliori crittografi dei servizi segreti australiani e britannici, ma nessuno riuscì mai a decifrarlo, trasformando quei pochi caratteri in uno dei rompicapi crittografici irrisolti più celebri della storia.
Negli ultimi anni, le moderne tecniche di analisi genetica e di estrazione del DNA antico hanno tentato di fare luce sull’identità dell’uomo di Somerton, portando a nuove ipotesi genealogiche che suggeriscono possibili legami con immigrati europei scomparsi nel dopoguerra. Ciononostante, il velo di mistero che avvolge le sue ultime ore, i motivi della sua presenza ad Adelaide e la natura del veleno impiegato continuano a resistere al tempo, lasciando intatto il fascino cupo di una delle inchieste più affascinanti e irrisolte della storia moderna.
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